lunedì 23 dicembre 2013

Qualche appunto su Guerra e Pace

Ospitiamo con grande simpatia un freelance journalist che risponde al nome di Diego Romero. Per i più precisi, segnaliamo il link originale del servizio: http://www.comunicati.eu/guerra-e-pace-15711.

Sono arrivato all’ascolto di “Non Faccio Prigionieri” attraverso una via, come dire, obliqua: in uno degli ultimi soleggiati pomeriggi ottobrini di quest’annus orribilis targato 2013, ero presente in corpo e spirito nei Giardini Margherita, parco di Bologna ultraconosciuto, ultrafrequentato, ultralberato, ultrasportivo per la presenza congrua di atleti jogginanti, insomma, ultra.
Me ne stavo lì combattuto tra l’alzarmi dalla panchina e andarmi ad abbeverare con un caffè macchiato o ritirarmi nelle mie stanze geograficate in Bolognina, a sorbirmi il secondo terribile mattone di “Guerra e Pace”. Decisi che ero già abbastanza nervoso e che le moine della caffeina le avrei gradite in altra occasione. Quindi mi alzai per avviarmi alla fermata della diligenza arancione delle 15. All’orizzonte urbano purtroppo i cavalli e la diligenza non si vedevano, qualcuno parlò di sciopero improvviso (non dei cavalli!). Il destino va rispettato. Presi un caffè gigantesco (così me lo vendette il caffettaro: a me sembrò il solito nella solita tazza, grande esattamente quanto una normale tazza da caffè… comunque non val la pena contraddire i caffettari). Mentre mi riavviavo alla riconquista della mia panchina mi arrivò la voce di un ragazzino che, nei ciuffi d’erba rinsecchita del prato autunnale, e accompagnandosi con una simil Martin cantava a squarciagola “…’sto mondo di merda che non cambia mai, scusate ma io sparo a zero/ma niente paura sorcino renato/l’attacco è per qualche tanghero/che affida il potere ai ladroni/ai rubagalline/non faccio prigionieri…”. Mi avvicinai e, quando ebbe finito di dar fuoco alle polveri, gli feci i complimenti: “Hermosa canción, acabas de escribir?” gli chiesi sorridendo. Quello mi guardò strano. Il fatto è che a volte mi succede di dimenticarmi di essere in Italia ormai da ben 9 anni: “Scusa, volevo dirti che la tua è una canzone che mi piace e mi chiedevo se l’avessi scritta tu e da quanto” mi corressi. Il ragazzo sorrise e mi spiegò che non era sua, l’aveva semplicemente trovata sulla rete, le era piaciuta, aveva fatto il free download e ogni tanto la cantava, aggiungendo che si chiamava (la canzone non lui!) “Non Faccio Prigionieri”.
Quando tornai a casa “Guerra e Pace” mi guardò sbilenco. Io altrettanto. Me ne andai al computer e iniziai a bighellonare on line. Cercai, (toh…!), “Non Faccio Prigionieri” e ascoltai l’album di Mimmo Parisi. Questi i titoli contenuti: Non Faccio Prigionieri”“Io Mi Gioco Tutto“Che Vita E’ ”“Ciao Verdone”“Vamos”,”Excalibur”“L’Aquilone””Tweetta“Corri Corri Corri!”.
Bisogna immediatamente dire che se si è in cerca di canzoni iperprodotte, con mixing e mastering fatto alla Sony, post/produzione in presenza di Corrado Rustici o altra figura equivalente, beh, necessita rivolgersi altrove. Siamo nelle vicinanze di una produzione di chiara provenienza home recording, il missaggio e il mastering sono fatti all’insegna del ‘…speriamo di beccare treble, middle & bass quel tanto che rendano carino l’ascolto della composizione… San Mixer aiutami tu e intercedi con Chi sta più su!’. In altre parole, siamo di fronte a un lavoro essenziale, spartano e da Carboneria (come lo stesso Mimmo Parisi ha dichiarato in qualche colloquio/intervista). Se invece volete andare oltre la superficie, si può fare.
Detto questo e superati Scilla e Cariddi (non sono marito e moglie, ne tanto meno 2 tecnici di ascendenze trinacriali!), le composizioni presentate in “Non Faccio Prigionieri”, sono quanto di più sincero e fuori dalle regole commerciali (…per forza di cose!) un cantautore, anzi, come preferisce definirsi, un rockantautore possa presentare al proprio (qualcuno ci sarà pure, no?) pubblico. Ed ora qualche parola sull’autore.
Songwriter, chitarrista e cantante, dopo alcune esperienze canoniche nelle altrettante canoniche band liceali, Mimmo Parisicomincia a proporsi come “rockantautore one man band”, nel senso che inizia ad auto prodursi anche da un punto di vista commerciale e promozionale.
La sua musica, pur incarnando inevitabilmente influenze mediterranee, è caratterizzata dallo spirito hard rock e dal cantautorato del Bel Paese, così come dai songwriters mondiali come Bob Dylan, Nick Drake o Jeff Bukley e, ancora, dai grandi esponenti della musica Rock-pop.
I testi di Mimmo Parisi sono spesso ironici e dissacranti, rivolti in modo graffiante contro il potere, a qualsiasi livello ed in qualsiasi forma esso si manifesti.
“Non Faccio Prigionieri” esce nel 2013 e prosegue sulla strada dell’impegno sociale dei testi, ma con venature musicali (nella title track) più vicine al rock/metal. Il disco contiene tutti i temi cari a Parisi che si schiera contro la guerra (in fondo ‘Non Faccio Prigionieri’ è una frase tipica da scontro frontale, no?), l’arrivismo, l’arroganza e il divismo della sua categoria.  Il disco stupisce per l’attualità dei testi e la forza delle parole in essi contenute, unitamente ad uno stile musicale incisivo, a volte martellante.
Qualche breve accenno ad alcune delle canzoni che sono presenti in questo lavoro: “Non Faccio Prigionieri” e “Excalibur” (questo secondo brano paga dazio agli Europe di “The Final Countdown”) sono quasi metafore del potere, che impone la propria cultura e la propria nozione di normalità, respingendo e opprimendo chi si allontani dalle regole prefissate e osi cercare una propria, personale visione del mondo.
“Tweetta” è sì la storia di un amore al capolinea, ma, anche una denuncia o attenzione all’uso massiccio degli strumenti massmediali che, come può essere un telefonino che gli manca solo da saper fare il caffè, stanno portando tutti a una rinuncia della propria natura relazionale e conseguente abbandono delle proprie capacità, superate dalla passiva assuefazione alla cultura commerciale dominante.
Ora, una piccola digressione sull’autore di quest’album. In altre occasioni, inoltre e in continuità retrograda con “Non Faccio Prigionieri”Parisi ha anche trattato di problematiche strettamente legate alla relazione tra industria e forgiatori di musiche e parole. La cosa non sarebbe di particolare interesse, se, in un’ottica olistica della società, gli stessi problemi non ferissero anche, per l’appunto e per analogia, altri lavoratori.
Insomma e per restare in ambito canterino, Mimmo Parisi si mette nei panni di chi, come lui, cerca di proporre la sua musica al pubblico scontrandosi inevitabilmente con la dura realtà: molti artisti infatti non riescono ad ottenere un contratto discografico rimanendo così nell’anonimato. E gli artisti in possesso di un contratto discografico non necessariamente sono più fortunati e destinati a raggiungere il successo.
Un contratto, in virtù della sua natura giuridica, vincola per diversi anni il musicista all’etichetta discografica: pena l’essere multati con cifre esorbitanti ed insostenibili per un artista di piccolo calibro. E se, per qualsiasi motivo, l’etichetta discografica decidesse di non puntare più su di lui ma su un altro cavallo della sua scuderia, cosa succederebbe? E se il produttore si rivelasse un cialtrone e non investisse realmente nella promozione come aveva promesso? Semplice, la carriera dell’aspirante cantautore sarebbe bruciata. Sicuramente per 4-5 anni l’artista verrebbe paralizzato da un contratto capestro.
E non crediate che queste eventualità siano esclusive di qualche povero malcapitato: questa è la realtà discografica che purtroppo un aspirante cantautore deve imparare a conoscere e ad accettare. Egli può realizzare un album con la Major più importante al mondo, ma se quest’ultima non investe nella promozione, può mettere il suo bell’album marchiato Sony nel cassetto. La politica del fare di tutto, anche lo spendere cifre spaventose per realizzare un cd con una grande etichetta, non è sempre così vincente come si crede. Valanghe di sconosciuti l’hanno fatto, li abbiamo incontrati di sfuggita nei supermercati, dal fruttivendolo, in posta…
Eppure sono rimasti sconosciuti! Non sempre perché non erano bravi, ma forse per alcune scelte sbagliate della casa discografica stessa, che magari ha optato per un prezzo di mercato troppo elevato per un cd di un artista emergente, il quale invece, almeno inizialmente, avrebbe il diritto di farsi conoscere ed apprezzare mediante un collocamento dei sui cd sul mercato a prezzi più contenuti rispetto ad un artista già affermato. Ovviamente, tutto questo pallottoliere di parole accartocciate all’aspetto tecnico di chi fa words and music, ha voluto essere solo il tentativo di dare un’occhiata alternativa al mondo da ‘ricchi premi & cotillons’ al quale è abituata la cosiddetta, gente della strada.

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