domenica 16 marzo 2014

I braccialetti rossi della fiction Rai

"Braccialetti Rossi" ha trovato grande riscontro tra i giovani, sembra che il velinismo e il ‘vogliofareilcalciatoreperchèèfigo’ siano stati per un attimo accantonati per dare all’attenzione argomenti dotati di sicuro spessore. E’ un po’ fantascienza pensare che questo sia il segno che possa traghettare la fascia d'età tra i 14 e i 33 anni verso un approccio più dignitoso alla vita, tuttavia il film, o meglio, la fiction che tira adesso è questa. Vedremo. Vale la pena segnalare che comunque l’aria che si respira su questo set è quella mutuata dai vari Grandi Fratelli che hanno fatto credere a migliaia di persone che nella vita basta la faccia tosta e una botta di culo per sfondare, tuttavia tutte le strade portano a Roma recitava un vecchio adagio, e, se si è dovuto passare sotto le forche caudine della miseria mediatica dei reality ‘siamotutticapacidifarcazzate’, ben venga anche questo viottolo!


Ambientata in un ospedale pediatrico pugliese, la fiction di Rai1 dedicata alle storie di bambini malati di cancro, ha toccato picchi d'ascolto altissimi, sfondando il muro dei sei milioni di telespettatori. Un successo che sembra interpretare una vera tendenza: le intense storie dei protagonisti legate alla malattie e i valori edificanti che li aiutano a superare il dolore di ogni giorno entusiasmano il pubblico nonostante l'argomento trattato sia così delicato. Perché il titolo Braccialetti rossi? Perché per "sopravvivere" alla dura vita dell'ospedale i ragazzi decidono di formare una sorta di club: chi ne fa parte diventa "amico" con l'unico scopo di sostenersi e incoraggiarsi. La fiction di Rai1 si inserisce in un filone già ampiamente trattato negli Stati Uniti da serie come Breaking Bad The big C (che parlano di cancro) oltre che dai più classici ER- Medici in prima linea e Doctor House, ambientati negli ospedali. A ispirare il format? Il romanzo del catalano Albert Espinosa (che sta andando a ruba in tutte le edicole a 12 euro), scrittore malato di cancro per dieci anni, che è riuscito a guarire, trasformando il male in una grande esperienza.
IL LIBRO CHE HA ISPIRATO IL FORMAT/ Albert Espinosa ha compiuto un miracolo: malato di cancro per dieci anni, è riuscito a guarire, trasformando il male in una grande esperienza. A guardarlo è lui stesso miracoloso, capace di contagiare gli altri con la propria vitalità. Albert Espinosa racconta nel libro "Braccialetti rossi" (nelle librerie per Salani e in edicola con il Corriere della Sera) la propria giovinezza segnata dal tumore: più di un diario, più di una testimonianza, è una raccolta di tutto ciò che la sua condizione gli ha insegnato. E non c’è niente di astratto o dolente in queste pagine, ma la semplice volontà di mettere in pratica tutta la bellezza di quelle ‘lezioni’: come capire all'improvviso che perdere una parte di sé non è una sottrazione di vita, ma l’occasione per guadagnarne di più. In ventitré capitoli, che non a caso vengono chiamati ‘scoperte’, Albert Espinosa mostra come unire la realtà quotidiana ai sogni più segreti, come trasformare ogni istante di vita, anche il più cupo, in un momento di gioia.


LA TRAMA DEL LIBRO/ L'ambientazione è quella di un ospedale, in cui si ritrovano alcuni giovani ragazzi di età diversa dagli 11 ai 17 anni, che si conoscono e formano un vero e proprio gruppo il cui riconoscimento è appunto un braccialetto rosso al polso, donati loro dal “leader” Leo, che ha collezionato i braccialetti di tutte le sue operazioni. Ricoverati per motivi differenti, Leo e Vale hanno entrambi un tumore alla gamba, ma mentre al primo è già stata amputata, il secondo lotta per prevenirla, entrambi sono infatuati dell'unica ragazza del gruppo, Cris, che invece è in ospedale perché soffre di anoressia. Davide, “il bello” ha problemi di cuore, Tony “il furbo” ha avuto un incidente in moto, ed infine Rocco “l'imprescindibile si ritrova in coma ma gli altri si rivolgono a lui come cosciente membro del team. Albert Espinosa - Braccialetti RossiNel loro micro-cosmo impareranno insieme i valori della vita, credendo in se stessi e nella propria guarigione: vedremo che l'affetto è un elemento quotidiano che si riscontra soprattutto nelle piccole cose, che la sottrazione di una parte di sé non è la perdita di se stessi, che se si desidera fermamente qualcosa e si agisce opportunamente, ciò si creerà grazie alla nostra volontà. Un'opera estremamente toccante ma che riempie il cuore di speranza ed energia, quella che spesso hanno i giovani malati.
Il fenomeno televisivo dell'anno "Braccialetti Rossi" ha trovato grande riscontro tra i giovani. Affaritaliani.it ne ha parlato con il filosofo e psicologo Sandro Spinsanti, responsabile del comitato scientifico del Festival del Saper Vivere che prenderà il via il prossimo ottobre. L'INTERVISTA

Il filosofo e psicologo Sandro Spinsanti, responsabile del comitato scientifico del Festival del Saper Vivere che prenderà il via il prossimo ottobre, spiega in esclusiva ad Affari che la tv è di fronte a una svolta: preferisce il pathos all'eros. E rivela: "I social network hanno reso i giovani più sensibili".
Il fatto che un programma come Braccialetti Rossi abbia conquistato una vastissima platea soprattutto di giovani è il segno che qualcosa sta cambiando nella cultura?
"Il cambiamento non è di oggi. E' una svolta lenta di cui la tv è testimone dai tempi del successo di serie tv americane come E.R. o Dr. House, tutte ambientate negli ospedali. Ora anche dal boom di audience della fiction italiana Braccialetti Rossi si evince che temi apparentemente lontani dall'intrattenimento attraggono sempre più il grande pubblico".
I protagonisti sono malati di cancro...
"Proprio questo è l'elemento interessante. Fino a non molto tempo fa non solo non se ne parlava se non in sedi specialistiche, ma il cancro era un tabù assoluto. E' stato sdoganato da due serie tv tra le più affascinanti del panorama statunitense, Breaking bad e The big C, che hanno affrontato senza remore il tema del cambiamento che la patologia oncologica porta nella vita della persona".
Come mai?
"Credo che la televisione manifesti il bisogno sociale di diffondere vissuti di 'pathos', che ha una capcità attrattiva non minore dell''eros'".
Immedesimazione, paura, amore per il prossimo: che cosa genera secondo lei questo interesse verso le storie di dolore?
"Sì, c'è tutto questo, ma anche la volontà di infrangere tabù e fare della vita l'argomento di una conversazione importante".
I giovani rappresentano la maggior parte dello share...
"Questa è una sorpresa, ma non è l'unico caso in cui rivelano una sensibilità sorprendente..."
Ma quindi i giovani stanno cambiando?
"Credo che il discorso si possa ricondurre alla capacità di comunicazione che i giovani sviluppano all'interno dei social network. Il vissuto, le fantasie, le passioni e le paure (insomma la sfera emotiva dei singoli) sono sempre più al centro di uno scambio continuo tra i giovani e questo fa sì che anche le esperienze di patologia e sofferenza diventano oggetto di tante conversazioni, più oggi che ieri. Siamo di fronte a una svolta culturale molto importante da questo punto di vista".



Bene, il giudizio critico su tutta la faccenda è ovviamente positivo e dedico alcuni magnifici versi di Luigi Tenco ai piccoli ammalati di tutto il mondo (da ‘Vedrai vedrai’):
“…come fossi un bambino che ritorna deluso
si lo so che questa non è certo la vita
che hai sognato un giorno per noi
vedrai, vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà”.
Qui invece qualche verso di Mimmo Parisi, il quale cerca di riportare a terra l’attenzione degli individui, persi ormai a progettare cose che non riusciranno probabilmente mai a realizzare (da ‘…Qui ci vorrebbe John Wayne’):
“Ma quale senso poi ha
Il vento della novità
Mondo ci dai meraviglie
Ma non abbiam meraviglia
Crediamo solo al PIL
Ai falsi miti
Al new deal”

A cura di Diego Romero, giornalista freelance e blogger

Qui i video di ‘Vedrai vedrai’ 


e ‘…Qui ci vorrebbe John Wayne’:

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