martedì 23 luglio 2013

Bono e compagni.

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Ascoltare le nuove canzoni degli U2 e scoprire come si fa a non diventare caricature di se stessi

Qualche tempo fa Bono ha dichiarato: “Mi sono rotto le balle di Bono – e sono lui”. Questo per introdurre il dovere che sentiamo nostro di dire qualcosa su “No Line On The Horizon”, primo nuovo album degli U2 in cinque anni, 12esimo della loro produzione e quello che arriva quando, compattamente, i quattro irlandesi sono sul passo di transitare – assieme ai loro abiti di scena nerissimi, alle foto di scena epiche e al loro zidaldone di anthem music – per il traguardo dei 50 anni. Cosa voglia dire essere ancora gli U2 è un interrogativo di un qualche interesse, perché porta con sé quelle dissertazioni sul perché, così repentinamente, il rock abbia smarrito l’ambizione di trasformare il pianeta, sul perché sia tramontato così in fretta mentre noi qui ci si metteva un tempo infinito a maturare, e sul perché le stesse personalità che prima, su un palco, ci sembravano sexy e magiche, oggi ci appaiano sovente ridicole e indecenti, e perché, quando si sentono intitolate a sbrodolare la loro celebrità fuori dalle sette note, come ha fatto, troppo, l’amico Bono, nominato al Nobel, ci innervosiscano vieppiù. Insomma, loro sono ancora qui, hanno riavviato il carrozzone, hanno lucidato le borchie e Bono dev’essersi ammazzato di gargarismi per essere all’altezza della situazione – come sempre, onestamente, è stato. E il loro nuovo disco comincia, seppure in modo sconfortante, perché davvero nulla pare cambiato da un passato ormai remoto, suoni chiaroscurali stantii, che ci trascinano indietro assieme alla vita che nel frattempo abbiamo fatto e agli errori che mica possono essere riparati. Ma Bono invece gorgheggia, sfodera i suoi bassi da piacione, poi inforca i vigorosi alti singhiozzanti e infine, coitale, immerso nella cattedrale dei riverberi, lascia partire la solita raffica di gorgheggi da rodeo di cui ha il copyright, per i quali è diventato il più imitato, nella nefasta yodellizzazione del rock. Però, se si supera questa partenza retroattiva, se si tollera il basso di Clayton che subito comincia a tuoneggiare, la batteria di Mullen che pare sempre estirpata da una marching band, o la chitarra di Edge condannata a rendersi stereotipo, e se con una certa condiscendenza si lascia che facciano il loro lavoro, le cose migliorano.
Dalle canzoni nuove degli U2 trasuda la consapevolezza della condanna di essere se stessi, una condizione con la quale dovranno fare i conti fino alla fine, ma con lo sforzo di non diventare la caricatura di se stessi. C’è una specie di rassegnata diligenza che si percepisce solco dopo solco, e nel contempo è difficile restare indifferenti alla riproposizione di una ricetta così musicalmente perfetta, un miracolo evolutivo che ha assortito personalità e rappresentazioni artistiche componendo un quadro vivente irripetibile, nella sua grandeur, nei suoi eccessi, nei suoi sentimentalismi, nelle sue gigionate. “Horizon” è questo. Quattro signori provati, stanchi ma disposti a ripetere il copione, nemmeno si trattasse dell’ennesima pomeridiana de “I miserabili” – eppure, una volta partiti, capaci ancora di accendere la scintilla, di decollare, di darsi dignità. Uno in particolare, il loro cantante, quello che non ha mai del tutto risolto i conti col proprio provincialismo e diversi problemucci con l’ego e col namedropping, anche lui si rimette ordinatamente in posizione e fa la sua parte – col talento che ha avuto in dote e anche con un’apprezzabile dose di autoironia. A confezionare il tutto, ci pensa una illustre ditta che fa squadra per queste grandi occasioni, garantendosi con poco sforzo una pensione perlomeno dorata: Brian Eno, Steve Lillywhite e Daniel Lanois sanno plasmare, completare, sbrinare, infiocchettare e mandare in produzione il tutto nella più elegante delle maniere – senza strafare, senza un briciolo di un’idea nuova ma con la necessaria incisività (e il disco arriva in ritardo, col fiato della casa discografica sul collo perché all’inizio gli U2 hanno perso tempo in un disastroso tentativo di “rinnovamento” sotto l’egida di Rick Rubin, che se n’è andato sbattendo la porta). Volete dar loro ancora corda? Liberi di farlo e non ve ne pentirete granché, purché sappiate fin d’ora che non è qui che troverete stimoli o sorprese. Ma se volete tirar giù le vele, mandare la musica e lasciarvi portare da correnti musicalmente familiari, questo disco farà onestamente del suo. Ma tralasciate di guardare le foto, perché quei segni sui visi sono troppo profondi, perché non pensavamo davvero che sarebbe finita così, perché altro che giovani leoni, qua finisce che ci prende la nostalgia perfino per gli occhiali da mosca.
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